Brandelli antropologici
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| Progetto Presentazione di Fabio Pusterla Opere |
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| Progetto | Locarno, Gallaria Niska, 9 aprile - 5 maggio 2005 Gianluigi Bellei presenta in questambito alla galleria Niska di Locarno i suoi ultimi lavori che spaziano con diversi linguaggi nel tempo, fra ieri ed oggi. Fotografie, pitture, oggetti racchiusi in vasi di vetro gli elementi della mostra che racconta gli ideali, il lavoro, la bellezza, lamore ed il dolore che costellano la vita e con essa la nostra appartenenza nel mondo. Brandelli antropologici scandaglia trasversalmente alcuni avvenimenti e li ripropone filtrati attraverso locchio della luce e della ragione per fissarli nellattimo in cui la percezione trasforma limmagine in visione estetica. La rappresentazione diviene così forma e tramite del pensiero nella sua incertezza e nella sua indeterminatezza, fattori tipici della contemporaneità. |
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| Presentazione di Fabio Pusterla | "Quell'uomo ha il cuore di un bambino: lo tiene davanti a sé sulla scrivania dentro un vaso di vetro": la caustica battuta, che sembra si debba ad Alfred Hitchcock, era utilizzata volentieri qualche decennio fa da Adriano Spatola, per ironizzare sull'arte troppo sentimentale e patetica. Riaffiora adesso nella memoria, ma complicandosi, di fronte alla bella e intensa esposizione di Gianluigi Bellei, in cui la lucidità, e quasi la crudeltà, dello sguardo si alleano a una forma di laica pietà, di umile riconoscimento del proprio percorso esistenziale, emotivo o più semplicemente umano e artistico. Un percorso, dunque, scandito prima di tutto dagli oggetti, comuni o stravaganti, identificabili o misteriosi, racchiusi e come sigillati dentro vasi di vetro. Piccoli oggetti, cose di una vita, frammenti di un passato troppo complesso per essere veramente raccontato: allusioni, allora, schegge di tempo e di sogni, di avventure vissute e di avventure soltanto sfiorate per un attimo, come vite parallele. Sono vecchi e gloriosi giornali anarchici, pipe, una pistola splendida e minacciosa, strumenti di lavoro artistico, ferri del mestiere, una massa di capelli che forse riassumono un miraggio, un ideale femminino, e molti altri ancora: e tutti ci guardano dai vasi, parlano e tacciono, nel linguaggio segreto e affascinante di un nido di vespa, leggero, perfetto, enigmatico. Come il cuore di bambino di Hitchcock, anche questi oggetti sradicati dalla loro quotidianità, dalla loro storia, suggeriscono un'idea di alterità, di mistero; eppure, nello stesso tempo, propongono anche qualcosa che assomiglia a un sorriso, il sorriso di chi riguarda il cammino compiuto senza compiacimento, ma anche senza rimpianto. Nessuna nostalgia, allora: piuttosto, la ferma intenzione di osservare, di ricercare un senso. Insieme agli oggetti, delle opere fotografiche di grande forza: qui il soggetto è il corpo, il corpo meraviglioso e precario, fonte di bellezza struggente e di dolore. Un corpo femminile, luminoso, eppure assediato dal male, ferito; una ferita che racconta, di nuovo, il proprio tempo, il proprio cammino verso la cicatrice, la speranza di guarigione; una radiografia inquietante, chiazzata di blu. Se i vasi di vetro racchiudono testimonianze soggettive, amuleti individuali, le fotografie aprono lo sguardo verso l'altro da sé: spezzano, in qualche modo, l'ipotesi di una privata mitologia artistica, di una perfezione quasi maniacale, rotta bruscamente dall'irruzione del corpo altrui: che produce gioia, disorientamento, dolore. E lo sguardo fruga in questo groviglio senza pudore, senza difese: la luce che incontra è abbagliante, nel bene e nel male. L'antitesi tra bellezza e malattia si fa atroce, e afferma con vigore la realtà tutta umana, tutta fisica del vivere: il progetto culturale, la ricerca dell'arte cozza contro il muro biologico, contro il limite. Eppure non viene del tutto abbattuta; resiste ancora nella determinazione di non voltare la faccia, di non distogliere lo sguardo. Senza più alibi, resiste. I quadri, infine: poche tele di pura monocromia, che circondano come un coro silenzioso l'unico dipinto cautamente figurativo, che forse va considerato il nucleo profondo di questa esposizione: punto d'arrivo, senso ultimo che irradia attorno a sé qualcosa, ridando valore ai vasi, agli oggetti, alle fotografie. Cosa c'è in fondo a questo percorso? Cosa dà senso agli oggetti, alla fatica, alla bellezza e al dolore, a tutta la dissipazione intollerabile che attraversiamo? Al centro di una tela caotica, di segni aggrovigliati e turbinosi, in un punto imprecisato nello spazio dei colori e delle forze, un uomo e una donna si accoppiano gioiosi. Questo è il senso, forse, ciò che il sentiero attraverso gli anni doveva davvero incontrare: l'atto d'amore, fisico, carnale, eppure incapace di essere contenuto nella pura carnalità. Qui l'essere afferma se stesso, nonostante il caos che lo circonda, nonostante il dolore, la fatica e la malattia. Nessuna illusione di un altrove metafisico o religioso: la pienezza di un attimo, qui, dentro i giorni della vita. La fedeltà all'amore, a questo amore tutto umano, sembra dirci Gianluigi Bellei, è tutto quello che abbiamo: ma può bastare per fronteggiare il destino. |
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